La Ru486 è un male in sé, e il compromesso della 194 ne vieta l’uso in Italia

Finalmente i parlamentari italiani si sono accorti della Ru486: sono passati ben tre anni da quando, da queste colonne e da quelle di Avvenire, Eugenia Roccella (non ancora Sottosegretario al Welfare) e io abbiamo cominciato a spiegare cosa significa l’aborto farmacologico, nel silenzio e nell’indifferenza degli altri media e della politica in genere.
22 DIC 08
Ultimo aggiornamento: 10:31 | 24 AGO 20
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Al direttore - Finalmente i parlamentari italiani si sono accorti della Ru486: sono passati ben tre anni da quando, da queste colonne e da quelle di Avvenire, Eugenia Roccella (non ancora Sottosegretario al Welfare) e io abbiamo cominciato a spiegare cosa significa l’aborto farmacologico, nel silenzio e nell’indifferenza degli altri media e della politica in genere. Tre anni fa la maggior parte dei politici e dei giornalisti confondeva la pillola Ru486 – compresi insospettabili come Emma Bonino – con quella del giorno dopo, e di reazioni non ce ne furono quando abbiamo cominciato a rendere pubbliche le morti, facendole uscire dal silenzio una a una, e per primi (con le nostre notizie il Foglio anticipò addirittura il New York Times). Ma i tempi di reazione dei politici sono stati un po’ lenti: allora abbiamo fatto tanta fatica a trovarne qualcuno interessato all’argomento. Solo il ministro Storace, nel precedente governo Berlusconi, e la magistratura torinese sono intervenuti per verificare che nell’unica sperimentazione permessa – quella guidata dal ginecologo radicale Silvio Viale a Torino – non fosse stata violata la 194, quando la maggior parte delle donne tornava a casa fra una pillola e l’altra. Una mozione parlamentare come quella che alcuni hanno proposto ora, se fatta nella scorsa legislatura, forse sarebbe riuscita a mettere in difficoltà il ministro Turco e a scoraggiare la compagnia che la produce. In Italia infatti non c’è un divieto alla pillola abortiva, che finora non è stata usata perché fino al novembre 2007 la ditta produttrice non ne aveva chiesto l’autorizzazione al commercio, neppure quando era ministro Umberto Veronesi. L’azienda francese la chiede solo nei paesi in cui non si aspetta una vigilanza forte da parte dell’opinione pubblica e della politica: se il Parlamento italiano si fosse interessato alla faccenda quando ancora la ditta non aveva inoltrato richiesta di autorizzazione – ma quando noi avevamo già ampiamente segnalato le morti e tutti i problemi – probabilmente la richiesta non sarebbe stata presentata.
Forse la mobilitazione non c’è stata anche perché il principale argine all’ingresso della pillola nel nostro paese è la 194, una legge discussa, che da parte cattolica non è condivisa ma della quale si chiede da tempo una piena applicazione: è questa legge che prevede che siano utilizzate le “tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza” (e difficilmente si può dimostrare che la Ru486 sia più rispettosa e meno rischiosa rispetto all’aborto chirurgico). E’ questa legge che prevede che l’aborto avvenga nelle strutture pubbliche, non a casa. Sono alcune disposizioni di questa legge a fare da baluardo all’aborto farmacologico: può sembrare un paradosso, forse, ma le cose stanno così, tanto è vero che in Francia per diffondere questo metodo abortivo hanno dovuto cambiare la loro normativa, molto simile alla nostra, per introdurre la possibilità dell’aborto a domicilio. Ed è per allargare le maglie della 194 che certa politica in Italia ha sostenuto l’ingresso della pillola abortiva, con surreali votazioni nei consigli regionali e pure comunali: quando mai regioni e comuni si sono schierate a favore di un metodo abortivo rispetto a un altro? Con il ministro Turco, l’Aifa, presieduta da Nello Martini, ha dato il benestare scientifico, e questa parte della procedura è ormai conclusa. Cosa si può fare oggi? Il ministero sta verificando tutti i percorsi possibili per rimettere in discussione in sede europea la sicurezza e l’affidabilità della Ru486. Ma la procedura dell’Aifa non è completata: resta da chiarire il problema del secondo farmaco, da stabilire un protocollo da seguire, da verificare la compatibilità con i pareri del Consiglio superiore di sanità. Su tutto questo bisogna dare battaglia, ma in modo mirato dal punto di vista politico, culturale e scientifico: la favola dell’aborto facile della Ru486 vuol dire anche e soprattutto la banalizzazione culturale dell’aborto, che torna a essere una faccenda solo di donne, sempre più difficile da prevenire. E questo non lo possiamo permettere.
Assuntina Morresi